SPETTACOLI

DUE DONNE BASSE  INTERMEZZO ENTR’ACTE TWO SHORT WOMEN 

Due donne nel tentativo di essere qualcosa. In alto, la proiezione di una finestra. È un’apertura al fuori nella quale le donne guardano? E’ un occhio che guarda dentro le loro vite? Perché le immagini cominciano a scorrere? E’ forse una televisione che invade la vita privata delle due donne affermando al tempo stesso di essere neutrale? Passaggi indifferenti di persone per strada, alla stazione. Immagini oniriche in momenti di crisi.

Pochissimi elementi presentano i personaggi: le borse, i cappelli, gli spolverini neri. Tutto il racconto è affidato alla gestualità, al ritmo, alla vibrazione musicale, all’umorismo. Non ci sono parole.
C’è un sopra, c’è un sotto, ci sono – forse – un esterno e un interno. Qual è il dato di realtà? Dibattersi tra desideri inespressi perché non trovano sponda  là fuori e tentare di uniformarsi senza successo, lascia emergere l’ultima presa di coscienza possibile. Essa si trova nello scollamento tra individuo e massa: è l’imbarazzo. 

intermezzo

Due Donne Basse è l’inizio di una ricerca sul concetto di imbarazzo come categoria di consapevolezza.
 Sono in imbarazzo, qualcosa non va. C’è uno scollamento tra me e il fuori di me. Da quando finanche lo scandalo, che fino a pochi anni fa era  occasione di rottura e cambiamento, viene usato come pane quotidiano per tenere sempre alta l’adesione alla notizia dell’ultim’ora, al parossismo, all’audience, è difficile trovare un argomento di differenziazione e presa di distanza dal modello sociale. Imbarazzo, dunque.

 Teatro degli Incerti / MARCO BRAMA coproduzione

donna-finaleTWO SHORT WOMEN in the attempt to be something. Is the window projected above an opening towards the exterior that to which they are looking at? Or is it an eye watching inside their lives? Is it possible to follow a path of desires not determined by the obligation to consumption? Why the images begin flowing through the window? Is it perhaps a TV? How can a society, which is unable to protect the private sphere, claim to respect the individual and define itself free? Struggling between unexpressed desires, as they don’t find a shore in the society out there, and trying unsuccessfully to adapt: this lets emerge the highest possible awareness, located in the detachment between the individual and the mass. This is embarrassment. Humour!

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titolone
cristina aviatrice 

disegno luci:   Gianni Staropoli 

foto di scena:   Monia Carlone   Petra de Goede   Alicja Ziolko

musiche:  Harald Weiss   Sergio Caputo   Andrea Araceli

Teatrodanza è azione molto prima che parola. Naturale per noi costruire lo spettacolo a partire dall’esplorazione del vuoto. Ma come attribuire significato a quello spazio che ancora non conosciamo, che quasi temiamo di decodificare? Questo il compito dei nostri personaggi. Fino a un ribaltamento di condizione. O forse proprio di spazi.

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INAFFERRABILE VUOTO si muove nel territorio dell’assurdo dove una donna di mezza età, intrappolata nella banalità del linguaggio, svela la propria reale pena, quella di non potersi sottrarre al vuoto quotidiano, riproponendo continuamente gli stessi gesti, le stesse parole vacue, creando involontariamente situazioni dallo humor surreale. Ad accompagnarla nell’esperienza della vita, un secondo personaggio: un’ombra, il suo stesso vuoto, ciò che di lei è sconosciuto a sé stessa. Una presenza che esige un salto nel buio.

INAFFERRABILE VUOTO

è martedì (2)

 

 

 

 

 

Azioni senza senso si rincorrono alla ricerca del senso. Un senso a sua volta inscritto nello sconosciuto, nel non significato. Come si trattasse di cerchi concentrici generati dal lancio di un sasso nel mare, approdiamo da una condizione di realtà conosciuta ad una condizione di mistero sempre più grande, sempre meno comprensibile.  Centro e perno della situazione è un solido muro bianco, formato da dodici parallelepipedi, àncora di salvezza del reale che, distrutto e ricostruito più volte dalla donna, muta forma nella scena senza confini. La luce accompagna gli eventi, li colora, li commenta. E’ uno sguardo dal di fuori. Non bagna il grande corridoio sulla destra, luogo deserto che attira o respinge i personaggi e a volte li assorbe, nascondendoli alla vista, lasciandone emergere soltanto la voce.  Le musiche rarefatte o incalzanti spingono la donna a mostrare gli aspetti contraddittori della propria condizione esistenziale, il freddo dell’angoscia come il bollore dei momenti esaltanti.

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da venturinoIl linguaggio è tutt’altro che cupo. Molte energie si sprigionano in esso: la dolcezza che apre all’ironia, la rabbia che con la sua vitalità si trasforma in carica sensuale, nel ricordo – o nell’aspirazione – di una gioventù sicura di sé e del proprio destino. Piccoli miracoli accadono. Un vestito di luce che viene a parlarci, la rievocazione del primo bacio, un sedia fiorita che invita alla danza.

Sul finale, la donna e il suo vuoto riprendono a girare, inseguirsi, cercare. Ma ormai le vediamo lontane, le loro azioni terrestri, invisibili. Rimane la linearità della vita, la geometria del suo percorso.

striscia azzurra e verde

  

SENSE AND NONSENSE in ELUSIVE EMPTINESS

The theatre of ELUSIVE EMPTINESS takes place in the territory of the absurd, where a middle-aged woman, trapped in the banality of language, unveils her own true punishment. Unable to evade from the daily void, she continuously repeats the same gestures, the same empty words and involuntarily creates situations of surreal humour. A second character accompanies her throughout life: a shadow, her own void, what about her is unbeknown to herself. A presence demanding a leap in the dark. Senseless actions follow each other, searching for meaning, then engraved into the Unknown, into meaninglessness. Arriving from a state of known reality and moving towards a growing mysterious condition, always less comprehensible, as are concentric circles generated by a thrown stone in the sea. A solid white wall built with twelve parallelepiped is the center pivot and lifeline of reality. Destroyed and rebuilt many times by the lady, it changes its form in the scene without boundaries. Events are accompanied, colored and remarked by Light, as an outside eye. Though, it does not bathe the large hall on the right, a wasteland that attracts and rejects characters and sometimes absorbs and hides them out of sight, allowing only their voices to emerge. Rarefied music and fast-paced songs compell the woman to reveal contradictory aspects of her own existence, the coldness of anguish and the hotness of intense moments. Language is anything but dull. Bounds of energy burst out of it: the sweetness opens to irony, the anger, with its vitality, turns into sensual charge, in the memory – or aspiration – of a self-confident youth and its destiny. Small miracles happen. A dress of light comes to speak to us, the first kiss is recalled, a flowery chair invites to dance. In the end, the woman and her void restart turning, chasing each other, searching. But now we see them far from each other in their invisible, mundane actions. Life linearity remains, the geometry of its pathway.

primo STUDIO per INAFFERRABILE VUOTO

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All’inizio della nostra ricerca, una frase di Lucrezio: “Esiste dunque uno spazio impalpabile, vuoto di ogni materia”. Abbiamo tentato di rispondere: “Spazio senza parola, in attesa di un gioco?” E’ con questo impossibile dialogo che si apriva il primo studio di INAFFERRABILE VUOTO, intendendo che quello spazio sconosciuto, il vuoto, l’assenza, la morte, ancora senza definizione, ancora non esplorato dalla ragione, portatore di sconcerto e di dolore potrebbe essere pensato anche come spazio di libertà.

aviatrice

A phrase of Lucretius from the beginning of our research: “There is therefore an impalpable space, empty of any matter.” We attempted answering: “A space without words, waiting for a game?” The first studies of ELUSIVE EMPTINESS came out of this impossible dialog, where a known space, the void, the absence, the death, still not defined or explored by reason, which brings discomfort and pain could also be thought as a space of freedom.      


 

bbi

 Un corridoio, due donne, un gatto. Questi i protagonisti di Bianca, lo spettacolo che proponiamo negli appartamenti o nelle piccole sale, dove attrici e pubblico dividono lo stesso spazio. Bianca è una donna ombrosa che la forzata convivenza con una sorella brillante ha però dotato di una sferzante ironia. Il suo rapporto con le stanze di casa, i quadri e perfino con il gatto Aspirina fa trapelare le attese deluse di una vita, fino all’atto finale che è insieme presa di coscienza e svolta definitiva. Signora bene e antiquata ma capace di far ridere e sorridere, Bianca ha ubbidito ai condizionamenti della sua generazione. Ma non è mai troppo tardi per guardarsi allo specchio e ribellarsi.

con cappello

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casa

 

 

 

Il teatro in piccoli spazi è per noi un momento di intimità e immediatezza, la possibilità di trasformare una stanza privata nella scena di un gioco collettivo.

 

 

LE VOSTRE RECENSIONI

Davvero, davvero il teatro non si svolge sulla scena ma nella testa del pubblico! Abbiamo chiesto ai nostri spettatori di scrivere una recensione su BIANCA e con sorpresa e commozione abbiamo letto. Uno strumento utilissimo quello dello scambio con chi assiste, un arricchimento del lavoro ormai per noi già imprescindibile. Sapere di aver suscitato impressioni, richiamato alla memoria, prodotto immagini anche oltre la nostra prospettiva arricchirà moltissimo le prossime rappresentazioni. Grazie per questo ritorno, per essere autrici e autori insieme a noi.

Centrare l’obiettivo vuol dire aver avuto la capacità di aprire una finestra nel vostro inconscio, tra i vostri ricordi e meccanismi umani, aver aggiunto una parola, un’energia o una domanda. Voi ci avete restituito una storia più lunga, fatta anche di altre storie e altri colori.

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VALERIA  Dello spettacolo mi son piaciuti molteplici fattori. In primis, il punto forte della location in un ambiente per niente separatista di pubblico e rappresentazione, che rimanda a racconti quali si dipanano oralmente in alcune stanze, in altri tempi, e che poi rimangono nella memoria assieme a quella percezione di casa, di spazio usuale e proprio, attorno, a far da cassa di risonanza e contenitore come se tutte le immagini evocate si collocassero lì, sospese fra le teste di chi parla e di chi ascolta ad occhi spalancati. Perché narrazioni domestiche meravigliose come nell’infanzia, mai più poi nella vita. A meno che … qualcuno ne resusciti l’incanto in quello spazio che da usuale, o quantomeno noto, riacchiappa la nostra capacità di concentrarci sul filo del racconto invece che sul lampadario della platea o sul palco reale. Poi, la fisicità delle narranti, così concrete e comunicative con la vicinanza tattile di pelle, sguardi, gesti, stoffe e accessori: prossime in una voce sonora e intensa, nell’elastica energia di un passo, a trasfondere direttamente sensazioni; ma anche remote – fra noi e loro, tutt’attorno, la storia che si dipana, a filo di parole o a gonfiarsi di suggestione. Il mondo evocato dal loro racconto, un mare dalle rive vicine quanto il gesto con cui si può toccare l’altra sponda; ma se l’altra sponda ti sta raccontando una storia, allora c’è tanto di quello spazio, tanto di quel mare, tante di quelle nuvole a cirro in quella prossimità, in quella stanza! E anche claustrofobia, ma più da rapporto che da ambiente fisico. Infatti, infine la storia: di relazione e identità che s’intreccia, soggiace e domina e nel necessitarsi reciproco esiste. Situazioni diffuse di più o meno consapevole ambiguità nel detestarsi e abbisognarsi, disprezzarsi e invidiarsi, struggersi di aneliti o avvampare d’indipendenze – bisticci di rapporti quotidiani. Ma lo sciogliere identità, scelta, costrizione proprio intrecciandole nel finale … a quello ci sto ancora pensando. E mi piace anche che, fra ciascun elemento che ha reso unico il vissuto emotivo di quella serata (performance? happening??) ci fossero anche due micie, che da un angolo e muovendo scetticamente un orecchio senz’altro pensavano, imperturbabili: “bah, quanta pazienza ci vuole con gli umani”.

GABRIELLA  Grande impressione produce il personaggio di Bianca reso intensamente da un’interpretazione che ne mette in luce l’inquietudine, la penosa ricerca di identità, la sensazione del sempre fuori luogo, la condizione di straniamento. Folgorante  l’entrata in scena di Anna Teresa che vorremmo vedere però potesse esprimersi appieno nella danza. Circa il teatro in casa direi che l’idea è molto interessante e feconda ed è stata un’esperienza piacevolissima quella di raccogliere amici e amiche per l’avventura di uno spettacolo. Devo confessare tuttavia di essere stata penalizzata dal fatto di essermi trovata nei panni della padrona di casa.   Personalmente avrei bisogno di ripetere l’esperienza  in modo più rilassato, ma credo che la strada meriti di essere ulteriormente esplorata. ” Il teatro in casa” è un teatro povero di mezzi scenici, che rinuncia volutamente  ad allestimenti costosi puntando piuttosto sulla recitazione degli attori e sul rapporto ravvicinato che questi riescono a intrattenere con il pubblico.

DANIELA  Rimango affezionata all’idea dello spettacolo in teatro e degli attori sul palcoscenico, tuttavia essere quasi dentro la scena, sentire il respiro delle attrici, veder scattare i loro muscoli, ha avuto qualcosa di vibrante. Ma il personaggio di Bianca, ingineprato in simboli e ricordi così lontani dai miei, è rimasto per me estraneo.

ELISABETTA  “Bianca” ospite graditissima e interessante, sorprendente per l’emozione che mi ha regalato, presenza intrigante a due passi da me.
Forte di messaggi quella voce che quando non si esprimeva in parole lo ha fatto in sguardi, gesti e atmosfera che hanno rapito tutti, e nel mio pur limitato salotto! Attrici brave due volte, per l’esperienza e per la capacità di adattare lo spettacolo all’ambiente con sapienza, calma e simpatia. Persino le mie gatte hanno intuito che era in corso un evento e non hanno disturbato fino alla fine, che è giunta repentina, lasciandoci un po’ sorpresi. Forse ci stava bene anche una decina di minuti in più, per assaporare fino in fondo, però il ritmo dello spettacolo è decisamente indovinato. Mi è molto piaciuto come Bianca ha abitato le mie stanze, sferzante e fragile giungendo a volte a toccarmi nel profondo per la complessità del suo sentire e delle sue scelte, l’ultima delle quali è stata un guizzo di caparbia splendida esuberanza. Bianca ha vissuto vicino a noi due volte contemporaneamente, ora irosa ironica triste nella bella voce profonda di Mariella, ora eterea e imprevedibile nella figura scattante, sapiente e versatile di Cristina. Alla fine gli ospiti le hanno coinvolte con domande e apprezzamenti, nei quali c’era anche la soddisfazione per la bella esperienza di aver partecipato insieme fra amici ad un evento di qualità tutto per loro.