Il Convegno Teatro Carcere di BREMA

perché siamo noi artisti a farci tramite tra i detenuti e la società? che tipo di teatro vogliamo realizzare, di imitazione o di ricerca? cosa succede tra la fine del laboratorio e il rientro in cella? cosa succede nella relazione tra i partecipanti al lavoro teatrale tra l’arresto e la scarcerazione? è possibile riflettere sul lavoro corporeo? qual è la condizione ottimale dell’artista,  indipendenza dall’istituzione o assunzione? come salvaguardare la qualità del lavoro in assenza di una scelta competente da parte delle istituzioni? come coinvolgere i lavoratori delle carceri come agenti, impiegati, psicologi all’interno del nostro lavoro?

Importantissimo il Convegno su Teatro e Carcere tenutosi a Brema dal 31 luglio al 3 agosto 2014. 

arrivo

Markus Herlyn invita il Teatro degli Incerti  al convegno su Carcere e Teatro che si è tenuto presso lo Studio 13 Theatre Institute, Breitenweg 13 dal 31 luglio al 3 agosto 2014 a Brema. Il programma concerne un interessante scambio esperienziale circa il training, un confronto sulle varie e diverse realtà delle arti performative nei luoghi di pena (anche manicomi criminali e carceri minorili) e diversi modelli di intervento. Inoltre, quanto mai salutare, è stato l’interrogarsi sulle motivazioni che spingono il nostro lavoro. Un concerto dello Speicher Quartet, attività pratiche e di training, proiezioni, e momenti di scambio hanno arricchito l’evento. Non solo attori, operatori teatrali e pedagoghi hanno seguito le quattro giornate di convegno, ma anche il Ministro della Giustizia della Sassonia e del Parlamento Europeo Willi Schmid, il Giurista prof. Johannes Feest dell’Università di Brema, la Direttrice del carcere di Schwerte, sig.ra Gabriele Harms. Altre personalità del mondo della politica e delle Istituzioni sono intervenute nei giorni di apertura e di chiusura. L’incontro conclusivo ha affrontato i temi della forma, significato e intenzioni del teatro in carcere.

programma brema

 

 Gruppi partecipanti:

Kreativzentrum JVA Zeithain (Alfred Haberkorn et al.)  – Teatro degli Incerti, Viterbo (Christina Failla, Mariella Sto – aufBruch, Berlin (Sibylle Arndt, Janina Deininger – JVA Dresden (Antje Grüner und Yvonne Dick) – Theaterlabor Schwerte (Dirk Harms) – Fachhochschule Ottersberg (Christian Bohdal) – Alarm Theater Bielefeld (Harald Otto Schmid) – Gefängnistheaterteam Bremen (Markus Herlyn)

 

 

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La nostra presentazione  

Il Teatro degli Incerti nasce a Tuscania nel 2007, dall’incontro della danzatrice Cristina Failla e dell’attrice Mariella Sto. Cristina lavora presso il carcere di Viterbo da cinque anni. Mariella, dopo l’esperienza del carcere di Bergamo durata sei anni, lavora presso quello di Viterbo da sette. Insieme hanno condotto laboratori di Teatrodanza presso le sezioni di Alta Sicurezza (reati per associazione mafiosa), precauzionale (reati prevalentemente di tipo sessuale) e di detenzione comune.

“L’approccio che utilizziamo nei nostri laboratori è a partire dal corpo, dalla relazione, dal contrasto e dall’azione. Solo in un secondo tempo, individuate le tematiche emerse dal lavoro di gruppo, passiamo alla costruzione della drammaturgia e della messa in scena. “Troviamo importante che attraverso le azioni, le tecniche, gli esercizi del training emergano con chiarezza le intenzioni che sottendono all’attività di laboratorio: promozione della persona nella sua totalità, abbandono delle forme stereotipate e convenzionali per andare verso modalità nuove e più autentiche, rinnovando in queste la relazione con l’altro e con sé. Spesso prendiamo spunto da opere classiche per analizzare le passioni che muovono l’uomo e lo portano a sconfinare, perdere il senso delle cose e incontrare la tragedia. Il detenuto attore riconosce in questo qualcosa della propria esperienza ed è disposto a confrontarsi con noi e con il gruppo al di là della propria vicenda giudiziaria. L’atmosfera di lavoro, in ogni caso, vive di entusiasmi e di gioia.”

Con la propria presenza, il Teatro degli Incerti intende offrire un’occasione culturale e di espressione democratica là dove troppo spesso l’ignoranza e il sopruso hanno deciso il destino di uomini. La compagnia sente inoltre l’esperienza determinante per la propria evoluzione umana e artistica trovandosi ad operare nel carcere, luogo della necessità.

Il Teatro degli Incerti was born in Tuscania in 2007, from the encounter of the dancer Cristina Failla and the actress Mariella Sto. Cristina has been working at the prison of Viterbo for five years. Mariella, after a six-year experience in the jail of Bergamo, has been working  at prison of Viterbo for seven years. Together they have conducted workshops of theatre-dance in the High Security division (for mafia association crimes) , precautionary  (mainly sex crimes) and common detention. Their approach in the workshop begins from the body , the relation,  the contrast and the action. Once identified the themes that emerged from the work of the group, then they start to create the dramaturgy and the staging. “It’s very important for us that through actions, techniques and training exercises clearly emerge the intentions that involve the activity of the laboratory: support and promotion of the person as a whole, abandonment of stereotyped and conventional forms to go towards new and more authentic processes, renewing the relationship with the other and with oneself. Often we start from classical operas in order to analyze the passions that move man and take him to stray, to lose the sense the things have and meet tragedy. In this sense, the detainee/actor recognizes something of his own experience and is willing to deal with us and with the group beyond their legal case. The atmosphere at work, in any case, is full of enthusiasm and joy”. With its presence, Il Teatro degli Incerti intends to provide an opportunity for cultural and democratic expression where too often ignorance and abuse of power have decided the fate of men. The company also feels the crucial experience for its own human and artistic evolution, lying to operate in prison, a place of necessity.

nostra presentazione                                                                                       con Anna di Mitri nostra interprete

                                                                                                       La nostra relazione 

MARIELLA: Il lavoro in carcere del Teatro degli Incerti inizia in un certo senso per caso. Negli stessi giorni in cui mi proposi come conduttrice di laboratorio teatrale presso l’Istituto di Viterbo, due organizzazioni di volontariato e solidarietà che già operavano all’interno, cercavano un regista che trasponesse “Il Signore delle Mosche” in spettacolo.

ARCI Solidarietà Viterbo con cui tuttora collaboriamo, si occupa di tutti gli aspetti organizzativi, dalla richiesta dei nostri permessi d’entrata, agli avvisi da affiggere nelle sezioni coinvolte (i detenuti si iscrivono liberamente ai corsi proposti), alla definizione degli orari, fino al nostro pagamento che in parte ci viene dal carcere. Integrano il nostro compenso fondi provenienti da bandi pubblici o dall’8 per mille che ARCI Solidarietà gestisce e destina ai vari progetti che promuove.

Arci Solidarietà è un’associazione culturale e ricreativa che opera su tutto il territorio nazionale attraverso le varie sezioni delle città. A Viterbo sono da sempre all’interno del carcere, attivi soprattutto per lo “sportello” e cioè per rispondere alle richieste dei detenuti che hanno bisogno di informazioni, appuntamenti con gli avvocati, spazzolini da denti, occhiali, acquisti di consumo. Si occupano anche della spesa per i detenuti in ospedale. Ogni volta che possono coinvolgere, se non i detenuti, almeno gli spazi del carcere, lo fanno. Per esempio, nell’organizzare l’annuale rassegna di cinema indipendente nelle varie sale della città, hanno cura di proiettarne almeno uno nella sala teatro del carcere, invitando i detenuti alla visione insieme al pubblico cittadino. Questo fatto di essere tutti lo stesso pubblico che assiste allo stesso film o spettacolo è tra le cose a mio avviso più importanti. Il carcere appartiene allo spazio e all’economia della città. E’ bene che appartenga anche alla considerazione dei cittadini, possibilmente attraverso un fatto culturale.  E’ molto difficile che a noi arrivino denari dalla Regione Lazio e di fondi statali, per ora, nemmeno a parlarne. Si è recentemente costituito il CTCL, Comitato Teatro Carcere Lazio che ha, tra le sue finalità, quella di promuovere anche a livello finanziario, il lavoro che viene svolto nelle carceri della regione.

Referente della nostra attività è la dirigente dell’Area Trattamentale che si occupa del cosiddetto trattamento di rieducazione dei detenuti e che fa da tramite anche con la Polizia Penitenziaria. Ci sono infatti due gestioni all’interno delle carceri italiane: quella Civile (direttore con educatori, psicologi, personale amministrativo, ecc.) e quella della Polizia Penitenziaria. Le diverse logiche e mansioni di queste due metà non facilitano sempre lo svolgersi del nostro lavoro. Una volta effettuate le iscrizioni, il laboratorio teatrale si svolge prevalentemente in due spazi. Inizialmente incontriamo i detenuti in grandi aule del reparto “lavorazioni”. Sale attrezzate per corsi di falegnameria, pasticceria, sartoria… sale sufficientemente ampie per un lavoro di teatrodanza, ma che non hanno certo l’indispensabile pavimento di legno rialzato, per non parlare dell’acustica. In un secondo tempo abbiamo la possibilità di utilizzare la sala teatrale dove abbiamo una acustica appena migliore, ma una pedana in legno molto alta e larga che funge da palcoscenico. Due piantane con qualche proiettore, un mixer luci e impianto audio sono l’attrezzatura tecnica. I posti a sedere per il pubblico sono 250.

Il problema con il teatro è che solitamente non c’è personale di polizia che ci possa accompagnare e pertanto da un lato cercano di farcelo utilizzare poco, dall’altro non possiamo non riconoscere che gran parte degli agenti si dà da fare per permetterci di lavorare. Il nostro rapporto con gli agenti è cambiato nel tempo. Inizialmente eravamo guardate con grande diffidenza o anche aperta ostilità. Primo perché serpeggia l’idea che il detenuto non merita niente, deve sottostare alla galera senza chiedere. Poi anche perché non sempre le persone che entrano a fare attività sono qualificate e non sempre realizzano con i detenuti un percorso significativo. Riteniamo invece che il nostro intervento debba produrre un’esperienza vivida per ognuno: per i detenuti, per noi operatrici, per la direzione, gli agenti, per il pubblico interno e esterno. Deve necessariamente essere un percorso di qualità. Ci è chiaro che non lavoriamo con professionisti, ma nemmeno consideriamo i nostri allievi dilettanti o amatori. Richiediamo loro di realizzare un’esperienza che passi attraverso una verità soggettiva profonda e di mostrarla poi al pubblico. Grazie ai risultati di questa impostazione, anche la maggior parte degli agenti ha cambiato atteggiamento nei nostri confronti, mostrando in qualche caso, anche stima, simpatia e gratitudine.

training

Il nostro primo intento è quello di destrutturate gli stereotipi. Per nostra modalità non affrontiamo mai un testo come primo passo. Riteniamo molto più interessante un preliminare lavoro sul corpo, sulla voce, sulla ricerca di interazioni che possono aiutarci a costruire azioni teatrali e sequenze che partano dalla reale motivazione dell’allievo, dal suo modo di gestire, dal suo modo di reagire allo stimolo dato dalla consegna e dai compagni, nell’improvvisazione.

Il lavoro sulla motivazione, sulle relazioni e la consapevolezza di essere individui unici è importante in un luogo come il carcere in cui tutto è stereotipato e ripetitivo.

Attraverso giochi di percezione e prime improvvisazioni andiamo a sondare il gruppo e cercare di capire che cosa li tiene insieme e che cosa li divide, qual è il carattere del gruppo che abbiamo di fronte per capire in quale direzione muoverci. Nello stesso tempo andiamo a seminare gli elementi teatrali propedeutici per riformulare la relazione con noi stessi, lo spazio e i compagni. Nella nostra pratica la personalità individuale non è mai esclusa dalla ricerca del personaggio. L’esperienza, i desideri, i ricordi nuovamente o per la prima volta osservati senza giudizio sono alla base della ricerca. A partire dalla gestualità, dai dialetti, dai canti degli stranieri, dai ritmi di ognuno, costruiamo una grammatica su cui tessere il racconto.

A volte, inizialmente, esco dall’ambito teatrale vero e proprio per analizzare insieme ai ragazzi precisi tipi di immagini perché emerga con chiarezza la differenza tra funzione informativa, espressiva e artistica. Le immagini possono essere una cartina geografica, l’intensa fotografia a corredo di un reportage di attualità e la riproduzione di un quadro. Prediligo Magritte perché i suoi quadri ci portano in un mondo del tutto irreale attraverso una tecnica che possiamo definire estremamente realistica. Caratteristica che non ci conduce a inutili discussioni sull’arte contemporanea evitando considerazioni sulla raffigurazione della realtà che potrebbero portarci lontano.

Le osservazioni sulle diverse funzioni delle immagini è importante e molto chiaro. Ci forniscono la possibilità innanzitutto di scambiarci liberamente pareri e impressioni (fatto da non dare per scontato) e soprattutto di crearci dei parametri per decodificare anche le nostre future proposte e azioni: abbiamo bisogno di informazioni per agire e saper rappresentare, di emozioni per dare significato e coinvolgere noi stessi e gli altri, ma soprattutto di andare, seguendo i sentieri dell’arte, alla ricerca di qualcosa che è forse già in noi, ma che allo stesso tempo ci è ancora sconosciuto. Questo è il senso del lavoro laboratoriale: sperimentare in più direzioni senza giudicarsi per scartare ciò che non è mai sbagliato, ma solo inefficace, e tenere ciò che funziona.

Vogliamo dare luce a un lavoro complesso, non letterale ma poetico. Purtroppo tutto in carcere è letterale: una porta è una porta, una branda è una branda. Nell’arte tutto è metafora che ci porta altrove: una porta è una possibilità, una rinascita, un’entrata o un’uscita verso mondi psichici e non solo fisici, la branda su cui mi distendo ogni notte  può essere nascita, amore, morte, appuntamento con il sogno. Insomma, vogliamo emozionarci e dirigerci verso orizzonti aperti, dove, sempre per seguire i percorsi dell’arte, l’importante non è la risposta ma la domanda. L’importante è delineare un ambito, una problematica che risuoni con la nostra e non individuare soluzioni che si rivelerebbero didascaliche o personalistiche. Aprire l’orizzonte della ricerca, non restringerlo.

Alcune volte, invece, inizio creando “una scena”. Chiedo al gruppo di uscire dalla sala e rovescio una sedia, lascio cadere alcune carte da gioco sul pavimento, una busta con dentro un biglietto oppure una foto strappata, un bicchiere per terra e poco altro, forse un rossetto. Poi chiedo al gruppo di rientrare, osservare in silenzio e raccontare cosa si immagina sia successo. Può trattarsi di una lite, dell’esito di un momento di disperazione, ma anche di come abbiamo ritrovato qualche volta la nostra stanza, il mattino dopo una festa allegramente sfrenata.

Di fronte alla divergenza di immaginazione rispetto alla stessa situazione, si può facilmente introdurre il discorso dell’arte che parla a persone diverse in modo diverso, pur con la stessa realtà, a quanto sia importante sperimentare che il vissuto di ognuno indirizza verso un’opinione oppure verso un’altra. Questo concetto è molto importante per persone che spesso hanno commesso delitti perché non hanno saputo distinguere tra un fatto e l’emozione che quel fatto si portava dietro, tra l’oggettivo e il soggettivo.

A volte chiedo che scrivano un racconto su quanto hanno visto e spesso sono davvero sorpresa e coinvolta dall’intensità delle cose che leggo.

Un ultimo strumento non esplicitamente teatrale che utilizzo è una visualizzazione che mi permette di cominciare a creare il testo collettivo utilizzando le considerazioni di questi uomini che hanno perso la libertà. Normalmente parlano della mancanza degli affetti, della fiducia perduta e del futuro. Non attribuisco mai una battuta a chi l’ha formulata, preferisco che sia un altro a interpretarla perché dà più libertà all’attore che  inoltre aggiunge i suoi significati alle parole espresse, favorisce la solidarietà, la sorpresa nei confronti dell’altro, la ricerca del proprio ruolo nel gruppo.

Accetto tutte le considerazioni, almeno inizialmente, anche quelle che vogliono essere distruttive, proprio perché portano con sé una verità di disagio. Alla richiesta di raccontare un sogno, un detenuto mi rispose provocatoriamente: Ho fatto un sogno, ma non lo voglio raccontare. Lo spettacolo iniziò proprio con questa frase, a mio parere estremamente teatrale perché apriva uno scenario e subito lo negava. Per conoscere il sogno, bisognava seguire l’intero spettacolo.

Nel corso del laboratorio, comunque, gli strumenti che utilizziamo sono davvero molto pochi. Sicuramente la musica, quasi mai costumi e scenografia. In un luogo dove non c’è nulla, è bene lavorare con il nulla. Ci sono i corpi degli attori. Lavoriamo con i corpi degli attori. E d’altra parte lo stesso teatro contemporaneo vive di questa povertà, che è anche pulizia e discernimento. Un solo oggetto, una sedia o un tavolo, riempiono la scena accumulando significato.

Dopo lo spettacolo finale ci è permesso di incontrare nuovamente i ragazzi per i saluti e le considerazioni sulla performance. E’ una cosa che abbiamo chiesto dopo il primo anno, dopo che, assolutamente impreparati alla separazione improvvisa, logica, essendo in carcere, siamo stati, direi traumatizzati noi e gli attori che venivano portati via senza possibilità di un abbraccio o di una parola di riconoscimento. Se è stato possibile realizzarlo, ci troviamo ancora una volta per vedere insieme il filmato e le fotografie. Portiamo una copia per ognuno di loro, da spedire alle famiglie che solo ultimamente sono state ammesse ad assistere alla rappresentazione. La stampa, invece, come pure le autorità, sono invitate da sempre, ma non sempre sono presenti. Sentiamo che sarebbe più opportuno un invito ufficiale da parte dell’Istituto.

Non so se dietro il mio lavoro c’è una filosofia, o meglio, sono sicura che c’è, ma non saprei dire esattamente quale, forse perché non voglio conoscerla fino in fondo nemmeno io, potrei rischiare di mettere gli obiettivi miei prima della pratica loro. Penso che un insegnante debba condurre gli allievi sul sentiero della loro esperienza. La domanda che mi faccio continuamente è: li sto portando sulla strada del loro racconto o li sto spingendo a dire quello che io penso che debbano dire? non smetto mai di chiedermelo. Allo stesso modo non mi sento a mio agio nell’accostare la parola terapia alla parola arte. Sono un’artista e sento che l’arte eleva sempre la qualità della vita e lo fa nella libertà dell’autore e del fruitore. Trovo invece che spesso nel rapporto terapeutico si instauri una relazione su livelli differenti: tu hai bisogno di guarire, io ti guarisco.

Mi pare d’altro canto molto importante considerare le motivazioni che ci hanno spinti ad entrare in queste istituzioni e tenerle ben presenti. In tredici anni di lavoro complessivo con i detenuti, la mia motivazione è cambiata nel tempo, ma mi è sempre stata molto chiara. A trentadue anni ha giocato il fatto che gran parte della mia generazione, quella degli anni ’70, in carcere ci fosse finita o per reati legati al terrorismo, o alla tossicodipendenza e allo spaccio di droga. Per me invece restava un luogo precluso ed ero molto curiosa di conoscerlo. Una curiosità che definisco sana. Dopo pochi anni la mia motivazione è diventata più politica. Pur criticando lo Stato, ho creduto di poterlo supportare, da cittadina, nel tentativo di instaurare, con quelle persone che andavo a incontrare, rapporti che promuovessero la centralità umana. Se anche io sono lo Stato, io vorrei uno Stato degno.

Ora, dopo tanti anni, penso che la spinta a lavorare nel carcere sia di tipo unicamente artistico. Unicamente, ma con tutte le implicazioni che questa parola porta con sé, naturalmente. L’artista lavora in stato di necessità. Io credo che se non si soffre l’urgenza di esprimere o di creare, non si è in presenza di vero lavoro artistico. E il carcere è territorio della necessità. Lì è immediatamente chiaro a cosa si può rinunciare e a cosa no, è un luogo del bisogno, dunque della verità.

Da attrice, ma anche da spettatrice, penso che se è vero che il carcere ha bisogno del teatro, anche il teatro, quello italiano almeno, ha bisogno del carcere. Ha bisogno di riappropriarsi di spinte di verità, impulsi di purezza, sguardi senza preconcetti o sovrastrutture culturali, ammissione di piccolezze, desideri candidi e forse atroci allo stesso tempo, proprio perché ingenui. Ha bisogno di ritrovare l’umano nella sua grandezza e nella sua bassezza. Nel carcere ci sono persone competenti di questo linguaggio. A volte, andando a teatro fuori, ci sfugge la necessità dell’operazione e spesso si legge prevalente la volontà dell’ego. Anche i detenuti spesso si iscrivono al laboratorio per narcisismo, ma subito assaporano il gusto della ricerca personale e del confronto, nell’opportunità rara di essere considerati uomini, non solo criminali.

A questo proposito, quando affrontiamo temi che ci vengono dal teatro classico (la gelosia di Otello, le stragi della guerra di Troia o l’assassinio di Macbeth…) c’è un momento, verso la fine della raccolta dei materiali da mettere in scena, ed è bene che non sia all’inizio, che sento il bisogno di dire questo: non stiamo mettendo in scena delitti perché siamo in carcere. Nessuno richiede confessioni o pentimenti qui. Le tragedie e i drammi che rappresentiamo sono stati scritti da uomini solitamente liberi per attori liberi, per un pubblico libero. Semplicemente in questi drammi si muovono le passioni dell’umanità, a volte simbolicamente rappresentate dall’annullamento dell’avversario attraverso l’omicidio, a volte invece si parla di uccisioni reali. Questo rilassa all’istante gli attori, lo capisco da come cambia il loro respiro.

Le sezioni in cui abbiamo fin ora lavorato sono tre. La sezione di Alta Sicurezza (reati per associazione mafiosa), la sezione protetta (reati di tipo prevalentemente sessuale) e detenuti comuni. Le tre tipologie presentano atteggiamenti diversi dovuti anche a lunghezze della pena diverse. Chi ha l’ergastolo (Alta Sicurezza) ha una capacità di concentrazione maggiore, sa qual è il futuro che lo aspetta, la sua partecipazione non è interrotta da visite dell’avvocato o speranze di uscita. Inoltre queste persone hanno solitamente interiorizzato un codice che, anche se sviluppato in realtà non condivisibili, le aiuta a stare alle regole della convivenza. Chi vive invece la realtà della sezione protetta porta problemi molto diversi. Rileviamo una grandissima fragilità, emerge una quasi totale inesistenza di opportunità culturali nella maggior parte dei casi, un essere nel bisogno completo. Nella sezione dei comuni, dove lavoriamo quest’anno, abbiamo incontrato moltissimi stranieri, la maggior parte dall’est europeo. Si respira una maggiore leggerezza di spirito, ma anche una certa difficoltà a creare il gruppo.

La nostra lezione non è diversa dalla lezione che teniamo con allievi “liberi”. Dura un paio d’ore e solitamente è suddivisa in tre sezioni. La prima è quella del training per risvegliare l’energia e scaldare il corpo, quella intermedia è costituita da giochi di relazione, sensoriali e percettivi e improvvisazioni. La terza entra nel vivo del tema che vogliamo affrontare e che via via può svilupparsi attraverso confronti verbali e ricerca del personaggio fino a corrispondere alle prove.

Per concludere, l’esperienza per noi più significativa realizzata nel carcere di Viterbo è senz’altro I FIGLI (2010 sez. AS).

E’ pratica consueta integrare nel testo il seme della devianza e della detenzione, per quell’intenzione di far entrare un po’ di noi nel personaggio e un po’ del personaggio in noi. E per dare sfogo anche a tanto inespresso che naturalmente spinge per uscire alla luce. Anche ne “I Figli” raccontiamo di potere, sopruso, sudditanza, sogno, assassinio o desiderio di assassinio, ma abbiamo voluto provare a raccontarlo a prescindere da quel seme. Abbiamo voluto provare a raccontarlo semplicemente da donne e uomini attori.

Includendo devianza e detenzione cominciammo con “Il Signore delle Mosche” di Golding e proseguimmo con altri lavori. I detenuti si trovavano a loro agio in questo ambito, anche se non facile, per la necessità di ripercorrere con la memoria e con l’emozione stralci di vissuto doloroso e frustrante. Non solo di ripercorrere ma anche di condividere, comunicare. E allo stesso tempo, pur nella difficoltà, non uscivano dal ruolo che essi stessi si erano costruiti come criminali e come detenuti, soggetti all’autorità della polizia penitenziaria, ma forse ancora di più, soggetti alle regole e allo sguardo degli altri detenuti.

Ma “I Figli” fu un’operazione particolare: quando virammo il linguaggio da tragico a surreale, lo spaesamento fu forte. Alcuni rinunciarono, altri temettero di essere ridicolizzati per ruoli non corrispondenti all’idea dell’uomo forte e potente. Per chi rimase, la maggioranza in ogni caso, prevalse la necessità di raccontare, agire, essere presente e “parlante”. L’episodio che scatenò tutto fu l’esercizio sull’animale. Richiedemmo di scegliere un animale e di entrare nella sua logica di movimento e di espressione per utilizzarlo poi come caratteristica portante del personaggio. Alcuni si rifiutarono sentendosi diminuiti, altri, pur temendo la ridicolizzazione, cercarono un dialogo con noi spiegandoci la loro difficoltà. Il problema era che poi in cella ci tornavano loro, vivendo anche con detenuti che non partecipavano al laboratorio, che avrebbero dovuto mostrare questo aspetto comico anche di fronte agli agenti e ai familiari, qualora fossero ammessi alla visione dello spettacolo. Fu Cristina che li tranquillizzò portando ad esempio Totò che con grande evidenza ha sempre mostrato una mimica perfetta, gradita a ogni pubblico, a partire anche dall’osservazione dell’animale. Inoltre è noto che il comico nasce dal tragico. Chiesi, senza preparare in alcun modo la scena, di mostrare il dolore dei personaggi. Ciò che tutti vedemmo fu di grandissima efficacia: il dolore era già sul fondo di questi personaggi. Essi erano comici perché disperati.

argomenti

 

 

 

CRISTINA: L’obiettivo del lavoro corporeo è quello di dare qualche seme di Consapevolezza. Nel training introduco elementi propri della danza ( Spazio- Tempo-Energia- Qualità di Movimento- Sospensione- Caduta), della pura ginnastica aggiungendo all’azione del corpo l’atto respiratorio, del Pilates e dell’approccio BMC, basato su fondamenti di Anatomia, Fisiologia, Psicologia e sulla Conoscenza dello sviluppo del movimento dal concepimento ai primi anni di vita. Bmc fa uso di una varietà di principi teorico-funzionali e di pratiche nell’esplorazione di tutti i sistemi corporei ( scheletro-organi-sensi-fluidi etc..). Ha una vasta gamma di applicazione : danza, teatro, body-work, arte marziale, voce , yoga, meditazione e altre discipline che coinvolgono l’insieme corpo/mente.

Mi piace molto citare questa riflessione della creatrice di questo approccio, Bonnie Baindrigde Choen : “ La natura si organizza in schemi, anche in noi che della natura siamo parte si formano degli schemi. La mente è come il Vento e il corpo come la Sabbia. Se vuoi sapere come soffia il Vento, puoi guardare la Sabbia.

Nei corpi dei detenuti vedo tanta immobilità. Quindi attraverso esercizi di pura mobilità cerco innanzitutto di portare la loro mente nella struttura portante dell’uomo che è lo scheletro (per esempio nella relazione tra scapola e mano è possibile alzare il braccio portando l’attenzione al mignolo connesso alla zona più bassa della scapola e quindi esplorare il movimento partendo dal mignolo, liberando tensioni muscolari in altre zone, fa scoprire un’altra possibilità).

Ciò che m’interessa all’inizio è spostare il Pensiero dall’emozione che spesso è devastante e sconfina, non ha limiti, al Corpo, alla Presenza pura del Corpo e alle sue infinite possibilità di movimento.

Questo è un lavoro che potrebbe durare anni ma il laboratorio ha un tempo breve di 3 o 4 mesi e soprattutto un obiettivo chiaro, quindi cerco di attivare nei detenuti quella Presenza (chiamiamola corpo/mente) che poi servirà da veicolo per esprimere l’emozione. Per arrivare a ciò  Sentire-Percepire-Agire Dentro è la base per Sentire-Percepire-Agire Fuori. Lavoro sul togliere, sull’accordare lo strumento corpo per far sì che la musica possa uscire creando insieme a Mariella un clima di Fiducia e Sostegno. Parto sempre dall’idea che attraverso accettazione, desiderio, curiosità e agio si può costruire un reale Cambiamento.

2014-08-02 19.36.45

Presentazioni di lavoro

domande

Domande in conclusione

due

Domande da porsi

L’interesse e il sostegno della politica: il Ministro della Giustizia della Sassonia e del Parlamento Europeo Willi Schmid con il Ministro per la Giustizia e la Costituzione Jörg Lockfeldt.

politica

 In Sassonia sono molto avanti. Abbiamo assistito alla presentazione di progetti in cui si respira chiarissima l’intenzione di recuperare uomini alla società. Attraverso l’arte. In questa regione gli artisti sono addirittura assunti e stipendiati dagli Istituti Penitenziari dove sono presenti, oltre a quella teatrale, attività musicale di gruppo, artigianato, pittura e scultura. Ci ha sorprese e coinvolte il lavoro sulla paternità, ad esempio, attraverso il quale i padri detenuti sono riusciti a dire ai loro figli in visita, attraverso il medium dell’arte, il proprio affetto. Liberati dal senso di colpa, almeno nell’occasione, come non era potuto succedere prima.

tre

 

 

 

Ablauf der Fachtagung    (CALENDARIO DI LAVORO)

Donnerstag, 31. Juli 2014

10.00-11.00 Einführende Pressekonferenz im Studio 13 Theaterinstitut, Breitenweg 13, 28195 Bremen – Tagsüber Anreise und Einchecken der Teilnehmer bei ihren Unterkünften Veranstaltungsort: Speicherbühne, Am Speicher XI 4.1, 28217 Bremen 18.00   Eröffnung der Fachtagung. Es sprechen: Frau Staatsrätin Emigholz (Kultur) –  Herr Senatsrat Lockfeldt (Abteilungsleiter Justizvollzug Senator für Justiz und Verfassung) -Herr Ministerialdirigent Schmid (Abteilungsleiter Justizvollzug Sächsisches Staatsministerium der Justiz und für Europa) – Herr Prof. Dr. Feest (Rechtswissenschaften Universität Bremen) – Herr Herlyn und Gefängnistheaterteam Bremen (Veranstalter) 19.00 – 21.00  Gemeinsames Abendprogramm mit dem „Speicherquartett“ (Jazz-Improvisation) und Get-together mit (kleinem) Buffet

Freitag, 1. August 2014  Veranstaltungsort: Speicherbühne, Am Speicher XI 4.1, 28217 Bremen

8.45- 9.45  Trainingsangebot 1: Theaterlabor Schwerte/Dirk Harms – 10.00-13.30        Referate von den Modellprojekten: – Kreativzentrum JVA Zeithain (Alfred Haberkorn et al.) – Teatro degli Incerti, Viterbo (Christina Failla, Mariella Sto) – aufBruch, Berlin (Sibylle Arndt, Janina Deininger) 13.30-15.00 Gemeinsames Essen in der Speicherbühne und Mittagspause – 15.00-19.00 Modelle und Methoden der Arbeit mit darstellenden Künsten in  Justizvollzugsanstalten Impuls zu Arbeitsmethoden von: Dirk Harms (Theaterlabor Schwerte), Antje Grüner u. Yvonne Dick (JVA Dresden), Christian Bohdal (Fachhochschule Ottersberg), Alarm Theater Bielefeld (Harald Otto Schmid),  Markus Herlyn et al. (Gefängnistheaterteam Bremen) – Arbeitsgruppen (wahlweise): Erste Runde (ca. 16.00-17.45) 1– Künstlerische Arbeitsmethoden im Gefängnistheater 2– Theaterpädagogische und kunsttherapeutische Arbeitsmethoden im Gefängnistheater – Zweite Runde (ca. 18.00-19.00) 1– Philosophie hinter der Theaterarbeit mit Strafgefangenen und geeignete Beziehungsformen in der Arbeit 2– Möglichkeiten und Grenzen partizipatorischer Arbeitsprozesse mit der Zielgruppe Strafgefangene 3-Bedeutung von (öffentlichen) Aufführungen als Ergebnis der Theaterarbeit mit Strafgefangenen 4– Weitere vorgeschlagene bzw. sich aus dem Kontext der Fachtagung ergebende Themen 19.00-20.00 Pause für Abendessen außerhalb der Speicherbühn  20.00-21.30 Modelle und Methoden der Arbeit mit darstellenden Künsten in Justizvollzugsanstalten. Zusammentragen der Ergebnisse der Arbeitsgruppen und Diskussion.  (Arbeitskreis/Plenum)

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Samstag, 2. August 2014

Veranstaltungsort: Speicherbühne, Am Speicher XI 4.1, 28217 Bremen

8.45 – 9.45 Training 2: Teatro degli Incerti/ Mariella Sto Cristina Failla 10.00-13.30        Referate von den Modellprojekten: – JVA Dresden (Antje Grüner und Yvonne Dick) – Theaterlabor Schwerte (Dirk Harms) – Fachhochschule Ottersberg (Christian Bohdal) – Alarm Theater Bielefeld (Harald Otto Schmid) – Gefängnistheaterteam Bremen (Markus Herlyn) 13.30-15.00 Gemeinsames Essen in der Speicherbühne und Mittagspause 15.00-17.30 Bedingungen der Arbeit mit darstellenden Künsten in Justiz-vollzugsanstalte Erste Runde (Arbeitskreis ca. 15.00-16.00) Organisationsformen und Struktur von Theaterarbeit in Justizvoll zugsanstalten – Zweite Runde (ca. 16.15-17.30) Arbeitsgruppen (wahlweise): 1– Auswirkungen von Theaterarbeit auf den Alltag in Justizvoll- zugsanstalten sowie die Behandlungsmaßnahmen 2– Unterschiedliche Erwartungshaltungen von Justizvollzugsan- stalten und Veranstaltern der Theaterarbeit 3– Finanzierung der Projekte und Zusammenarbeit mit gesellschaftlichen Institutionen 4 -Weitere vorgeschlagene bzw. sich aus dem Kontext der Fachtagung ergebende Themen – 17.45-ca. 19.00   Bedingungen der Arbeit mit darstellenden Künsten in Justizvollzugsanstalten. Zusammentragen der Ergebnisse der Arbeitsgruppen und Diskussion. (Arbeitskreis/Plenum) 19.00- 20.00 Pause für Abendessen außerhalb der Speicherbühne 20.00-ca. 21.00   Arbeitskreis/Plenum für Freiwillige: Zusammentragen wesentlicher. Ergebnisse und Thesen der Fachtagung Gefängnistheater zur Vorbereitung des Abschlusssymposiums.

pausa

Sonntag, 3. August 2014

Veranstaltungsort: Speicherbühne, Am Speicher XI 4.1, 28217 Bremen

9.30-10.30   Trainingsangebot 3: Kreativzentrum Zeithain 10.30-11.30  Duokontakt: Get-togehter in Form eines „Speeddatings“: Fragen an die Arbeit mit darstellenden Künsten in Justizvollzugs-anstalten und Fragen, die sich im Laufe der Fachtagung ergeben haben. 11.30-13.00    Abschlussdiskussion der Fachtagungsteilnehmer  und Feedback 13.00-14.30        Gemeinsames Essen in der Speicherbühne und Mittagspause

Veranstaltungsort: Speicherbühne, Am Speicher XI 4.1, 28217 Bremen

15.00-ca. 17.00   Öffentliches Abschlusssymposium: „Formen, Sinn und Zweck von Gefängnistheater“

Kurze Zusammenfassung wesentlicher Ergebnisse der Fachtagung/Thesen                             Podiumsdiskussion:

Herr Ministerialdirigent Willi Schmid (Sächs. Justizministerium)
Frau Regierungsdirektorin Gabriele Harms (Leitung JVA Schwerte)
Herr Dr. Carsten Bauer (Leitung JVA Bremen)
Frau Janine Deininger (JSA Berlin, Leitung SozPäd. u. ÖA)
Herr Prof. Dr. Feest (Rechtswissenschaftler, Bremen)
Frau Sibylle Arndt (aufBruch Kunst Gefängnis Stadt, Berlin)
Herr Alfred Haberkorn (Kreativzentrum JVA Zeithain)
Herr Dirk Harms (Theaterlabor Schwerte)
Moderiert wird das Podium von Renate Neumann-Herlyn

Diskussion mit dem Auditorium

Ca. 17.30   „Goodbye“  für die Fachtagungsteilnehmer

saluti

                                                                  4 agosto, saluti

Rassegna stampa 

Senza titolo Tagung zu Schauspielprojekten – 03.08.2014

Theater mit Häftlingen

von Stefan Lakeband

Bremen. Eine Theaterbühne besteht angeblich aus den Brettern, die die Welt bedeuten – selbst für Gefängnisinsassen, deren Kosmos auf sehr wenige Quadratmeter begrenzt ist. Für sie ist die Schauspielerei wichtig, findet Markus Herlyn. Er ist Leiter des Theaterinstituts Studio 13 und hat für dieses Wochenende zur Fachtagung Gefängnistheater eingeladen.

Theaterpädagogen aus ganz Deutschland, Leiter von Justizvollzugsanstalten (JVA) und anderes Personal aus dem Justizwesen beschäftigen sich damit, wie man Theater in den Gefängnisalltag einbauen kann. „Das ist nicht so einfach“, weiß Herlyn. Studio 13 hat bereits drei Theaterprojekte mit jungen Insassen der JVA Oslebshausen hinter sich und ist dabei auf einige Hürden gestoßen. Politisch seien die Projekte zwar gewollt, klare Bekenntnisse von der Anstalt in Oslebshausen habe es aber noch nicht gegeben. Auch die Finanzierung sei problematisch. „Die resozialisierende Arbeit mit Strafgefangenen hat keine Lobby“, so Herlyn. Entsprechend schwierig sei es, Gelder aufzutreiben.  

Die Italienerin Mariella Sto organisiert in ihrem Heimatland regelmäßig Tanztheaterprojekte mit Schwerverbrechern. „Die sind zuerst natürlich skeptisch“, erzählt sie. Doch am Ende hätten die meisten einen Gewinn davon. Sto berichtet in Bremen von ihren Erfahrungen, sie ist mit einer Kollegin angereist.  Auf diesen Austausch hat Herlyn sich gefreut. Es sei die erste Fachtagung dieser Art in Bremen und eine gute Möglichkeit, verschiedene Ansätze zu Theaterprojekten in Gefängnissen kennenzulernen. „In Sachsen sind sie beispielsweise fest integriert, während man woanders darum kämpfen muss“, sagt er.  Ob das Theaterinstitut die neuen Erkenntnisse vom Wochenende auch bald in der Bremer JVA umsetzen kann, ist offen. Zwar nimmt deren Anstaltsleiter am Abschlusssymposium teil, für die eigentliche Tagung habe sich aber niemand vom Bremer Gefängnis angemeldet. „Das wäre uns schon wichtig gewesen“, sagt Herlyn.

taz.de

Kein „Bühne frei“ im Knast

Auf einer Gefängnistheater-Tagung diskutierten Fachleute über Kunst mit Inhaftierten.

gefangen

BREMEN taz | In Sachen Gefängnistheater ist Bremen „ein Entwicklungsland“, sagt Markus Herlyn, Projektleiter beim Theaterinstitut Studio 13. „Wenn ich den Kollegen aus Sachsen zuhöre, werde ich regelrecht neidisch.“ Gelegenheit für solche Vergleiche hatte er am vergangenen Wochenende: Anlässlich einer Fachtagung waren VertreterInnen von Theaterprojekten und aus dem Strafvollzug in Bremen zu Gast, um sich über Formen therapeutischen Theaters und dessen Rahmenbedingungen auszutauschen. Sachsen gilt als Vorreiter der Gefängnistheaterarbeit. Willi Schmid, Strafvollzugs-Abteilungsleiter des sächsischen Justizministeriums, berichtete von etablierten Strukturen, über welche Knasttheater mit den Jahren zu einem „wichtigen Eckpfeiler der Resozialisierungsarbeit“ geworden sei. In Bremen hingegen, so Herlyn, setze man stattdessen auf den Sicherheitsgedanken. Der Theatermacher spricht aus der Praxis: Mit inhaftierten Jugendlichen der JVA Oslebshausen hat er drei Stücke inszeniert und seine Akteure angeleitet, auch die eigenen Knastklischees zu reflektieren. „Doch die Reichweite solcher Maßnahmen ist begrenzt“, sagt er, „entscheidend ist, was mit den Akteuren passiert, wenn es danach wieder in die Zelle geht.“ Und eben das ist Ländersache: Seit der Föderalismusreform von 2006 entscheiden die Bundesländer eigenständig die rechtliche Ausgestaltung des Strafvollzugs. Den Entwurf eines Bremer Strafvollzugsgesetzes hat der Senat im Juli beschlossen und der Bürgerschaft vorgeschlagen. Nach der Abstimmungsphase könnte es 2015 in Kraft treten. In der Reglementierung von Hafturlauben und Arbeitspflichtung ist er restriktiver als das bundesweite Muster. Herlyn würde auch gerne mit erwachsenen Sicherungsverwahrten arbeiten, aber die entsprechenden Projekte hängen seit Jahren in der Warteschleife. „Es scheitert schon daran, Sponsoren zu finden“, sagt er, „denn es gibt kaum eine geächtetere Gruppe als Strafgefangene“. Niemand könne sie als Identifikationsfläche brauchen. Stattdessen höre er ständig, es gehe den Gefangenen noch viel zu gut. Innerhalb der Anstalten hängen die theaterpädagogischen Möglichkeiten oft an den Einschätzungen des Personals – in Bremen gilt Gefängnistheater laut Herlyn als reine Freizeitbeschäftigung. Der Rechtssoziologe Johannes Feest hat Gefängnistheaterprojekte als Leiter des Strafvollzugsarchivs der Uni Bremen über Jahre dokumentiert. Auf der Tagung machte er deutlich: Über den Stellenwert solcher Arbeiten entscheidet die subjektive Einschätzung. Wenn Anstaltsleiter wollten, könnten sie Theater spielende Gefangene sogar bezahlen. In der Politik stoßen die Theatermacher durchaus auf offene Ohren: Jörg Lockfeldt, Vollzugs-Abteilungsleiter beim Justizsenator, sieht im neuen Gesetz Chancen für resozialisierende Gefängnisprojekte und betonte den im Entwurf formulierten Öffnungsgrundsatz als eine gute Grundlage. Herlyn freut sich über solche Fürsprecher und hofft, mit seiner Tagung entsprechende Impulse zu verstärken. „Es gibt durchaus einzelne reformistische Denker im System“, sagt er, aber auch deren Möglichkeiten seien beschränkt. Manchmal führe er durchaus vielversprechende Gespräche, aber wenn sein Gegenüber dann mit einer halben Stelle in der JVA arbeite, „lässt sich kaum etwas in die Praxis umsetzen“.